La macchina del padre
C’è una generazione di manager che ha cominciato a lavorare quando il caffè si pagava ancora in lire.
Ha ereditato aziende progettate quarant’anni prima: organigrammi scolpiti, gerarchie chiare, regole pensate per un mondo che cresceva sempre.
Un ottimo progetto. Per quel tempo.
Oggi quelle aziende le guidano loro.
Chi ha guidato la macchina del padre conosce la sensazione.
Il sedile è troppo indietro. La radio è su una stazione che non ascolti. Lo specchietto è regolato per un uomo più alto: per vedere cosa arriva da dietro, devi allungare il collo.
La macchina funziona benissimo. Solo che è regolata per un altro.
Il bradipo osserva, il cucchiaino fermo nella tazza.
Nessuno ha colpa. Chi l’ha costruita ha fatto un buon lavoro, chi guida fa del suo meglio.
Ma dopo qualche anno il collo allungato smette di sembrare scomodo. Diventa un’abitudine.
Qualcuno la chiama esperienza ma nessuno verrà a sistemargli il sedile.
Il bradipo appoggia la tazza.
Al semaforo, il manager allunga la mano e sposta lo specchietto di due centimetri.
La macchina è sempre quella del padre. Adesso la guida lui.